VENDITA AL DETTAGLIO

Alla Cantina dei Vini Tipici dell'Aretino si effettuano anche vendite al pubblico, sia di vino sfuso che imbottigliato.
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Cina: pulizia in atto

Oggi in Cina chi compra vino è sempre di più chi poi lo beve. “Consumatori attivi”, che se ben coinvolti, possono far funzionare il passaparola e aprire nuove preferenze di consumo, e quindi nuovi spazi di mercato. Un mercato che vissuto fino a poco tempo fa come un potenziale Eldorado – con crescite a doppia cifra, investimenti importanti e opportunità da non farsi scappare – oggi invece si può definire in stallo. E a farne le spese in maniera maggiore sembrano proprio essere i francesi: i dati dell’export da Bordeaux del primo trimestre 2014 indicano infatti come le spedizioni siano calate in volume del 20% e in valore del 22%: noi l’abbiamo definita una vera e propria Waterloo.

Siamo dunque alla fine del predominio dei francesi? “I consumatori cominciano a essere interessati anche ad altri vini – ha detto Don St. Pierre, chairman di ASC Fine Wines (società di importazione) -. La Francia rimane il punto di riferimento ma si allargano gli spazi di Italia, Spagna, Germania, Usa e Australia. Anche perché oggi sempre di più chi acquista vino è chi lo beve; prima, invece, nel periodo pre austerity, si acquistava fine wine soprattutto per farne dono in ambito di business”.

Un esempio? I vini italiani, che secondo Dixon Yuan, ceo di yesmywine.com, portale di vendita online che parla direttamente al consumatore finale, “sono quelli che stanno crescendo maggiormente nelle nostre vendite”. Diversamente St. Pierre ha ammesso una certa difficoltà a vendere il vino italiano ai ristoratori, più conservatori e timorosi a inserire le nostre etichette nelle carte vini dei ristoranti cinesi, dove invece entrano con facilità i francesi e il Nuovo mondo. “E’ diffusa – secondo il chairman di ASC – la convinzione che il vino italiano sia ben abbinabile al solo cibo italiano e quindi rimane confinato nella ristorazione italiana che seppur importante è ancora limitata”.

Il consumatore finale, come nei mercati più maturi, cresce dunque d’importanza. Ciò deve indirizzare le politiche di marketing, attraverso il contatto diretto. In quest’ottica, da Simon Tam, capo del settore vino di Christie’s Asia, è stata sottolineata l’importanza dei social network.

“Noi – ha confermato Judy Chan, ceo della Grace Vineyards, azienda vinicola cinese – invitiamo le persone più attive sui social network a dei wine dinner, eventi che secondo noi funzionano molto bene. E’ un modo non più solo per spiegare il vino, ma per creare una relazione più stretta e di fiducia con il consumatore, che diventa a sua volta un vero e proprio brand ambassador”.

Si allargano poi le preferenze “di colore”: “In 3/5 – ha detto Yuan  – aumenterà il consumo di bianchi. Al momento vini come il Prosecco, meno cari e più dolci, cominciano ad essere popolari”. Quasi paradossalmente, sembra che la crescente fortuna dei bianchi sia legata anche alla minor paura da parte dei consumatori di trovare tra questi vini falsi, un po’ come a dire – ha raccontato Judy Chan – “i vini bianchi non li beve nessuno e quindi è poco probabile che siano falsificati”.

Anche se la questione “falsificazione” più che un problema sembra essere una sorta di “leggenda metropolitana”: “Il vino falso – ha affermato Tam di Christie’s – è così grossolanamente contraffatto che è facile da scoprire. I falsi d’autore – pochi – provengono soprattutto dall’Europa e dagli Usa”. Il consumatore però per comprare ha bisogno di avere fiducia. Nel brand e nel negozio. “Le private label creano confusione nel consumatore – ha specificato St. Pierre – perché vengono vissute come etichette create ‘apposta per la Cina’. Brand non supportati da storie vere e autentiche, non false certo ma comunque fittizie e inventate”.

A cambiare in Cina è però anche la stessa organizzazione e struttura del mercato. A partire da una sorta di “selezione” nell’ambito delle import companies. “Si è passati in poco tempo da 10 mila a circa 4 mila importatori – ha detto St. Pierre – ma la pulizia del mercato di molti attori improvvisati e non professionali è un bene, anche se in questo momento vuol dire meno vendite. Molti poi vendevano quasi esclusivamente alle amministrazioni governative e si sono trovati ora con un ridotto giro d’affari”.

“La logistica è molto migliorata – ha aggiunto Yuan – con trasporti e consegne anche nelle zone più decentrate; così come si è modernizzato il sistema dei pagamenti, a favore di carte di credito e pagamenti on-line invece del contrassegno che fino a 5 anni fa andava per la maggiore”. Contemporaneamente, sta migliorando la produzione locale. “La percezione del vino cinese è ancora di basso profilo, specialmente all’estero – ha spiegato Chan – ma la filiera produttiva si sta professionalizzando e acquisendo competenze sempre maggiori”.

“ I prezzi – ha aggiunto Tam – a volte sono un po’ troppo alti per l’effettiva qualità, ma c’è qualità nei prodotti locali di alta fascia. Ci vuole tempo, d’altronde i vigneti sono ancora giovani e il terrorr non è stato completamente esplorato, ma entro i prossimi 5/8 anni mi aspetto  di vedere i primi vini cinesi nelle aste internazionali”.

[Fonte: elaborazioni Corriere Vinicolo su situazione mercato Cina]
 

Cina, la pacchia è finita?

Il 2013 sarà ricordato come l’anno di spartiacque tra la Cina rampante dei primi anni 2000 e la Cina “riflessiva” che ci attende da qui ai prossimi lustri? Forse è presto per dirlo, ma intanto c’è un dato di fatto: le importazioni per la prima volta in tredici anni si sono fermate, anzi sono andate pure indietro. Se la cosa non spaventa sui volumi, in quanto il grosso della perdita è fatta di vino sfuso (-30%), sui valori invece qualche riflessione va fatta. Il totale (spumanti, sfuso e bottiglia) ha fermato la corsa a 1,6 miliardi di dollari, ovvero il 2% in meno sul 2012. Anche qui, lo sfuso fa -25%, ma siamo a valori davvero esigui (100 milioni di dollari scarsi), mentre quello che desta qualche preoccupazione è la bottiglia, praticamente inchiodata sui valori dell’anno passato: 1,4 miliardi, +0,5% scarso.
Fosse questa la performance di un mercato maturo, come UK o Germania, potremmo addirittura rallegrarci, essendo pure in periodo recessivo. Ma qui stiamo parlando del mercato a cui tutti (tranne rarissime eccezioni) guardano con speranza, quello che ci aveva abituato alle doppie cifre di aumento.
Su che cosa possa essere successo si possono fare alcune ipotesi. Di sicuro è da tempo che un certo affaticamento del mercato era stato registrato: vino fermo nei depositi degli importatori, e non stiamo parlando di qualche container. Importatori improvvisati e falliti. Poi l’austerity imposta dalla nuova presidenza, che sta facendo piazza pulita delle abitudini sfarzose della pubblica amministrazione, il che non è proprio un dettaglio se si conta che tra esercito e funzionari possiamo mettere insieme un paese nel paese. Non è un caso se la batosta più grossa l’abbiano presa i francesi, il cui -10% sul lato fatturati sa di Waterloo da queste parti. Altri Paesi invece se la cavano molto meglio, alcuni crescono anche bene, come Cile e Spagna, che hanno in comune il prezzo più basso della categoria bottiglia. Di questi tempi un fattore che aiuta non poco.

Per l’Italia, l’export è a doppia faccia: a una stabilità sul fronte dei volumi sta facendo da contraltare una buona progressione sui valori (+15%), con il prezzo medio sopra i 4,50 dollari al litro (+14%). Restiamo quinti nel ranking generale, dietro spagnoli e cileni, in un terzetto che si muove nella fascia dei 90 milioni di dollari di valore.

Dove invece il mercato cinese sta sperimentando una nuova vena d’oro pare essere la spumantistica. Certo, i valori sono ancora da mercato amatoriale (meno di 70 milioni di dollari), ma comunque è un settore in cui l’Italia sta venendo su bene, grazie all’appeal di prodotti come il Prosecco, che hanno fiato e massa per arrivare fin qui. Nel grafico, la crescita dei principali Paesi fornitori a valore, con il drastico calo della Francia (-10% nel 2013), e la progressione da sprinter dell’Italia, che ha raddoppiato le forniture nel giro di 12 mesi (14 milioni di dollari, per 3,8 milioni di litri).

[Fonte: elaborazioni Corriere Vinicolo su dati Dogane cinesi]

Hong Kong, Gateway to China

Quando si guarda al mercato dei vini di Hong Kong sono due gli elementi da considerare: il primo riguarda le previsioni di crescita di questa regione speciale della Cina, che parlano di una progressione delle vendite in volume dell'11% annuo da qui al 2017;il secondo riguarda il fatto che oltre il 40% del vino in ingresso viene riesportato verso la Cina e verso l'altra regione speciale cinese di Macau. Va da sé che Hong Kong (7 milioni di abitanti) sia da considerarsi una tra le tappe
obbligate per chi si affaccia in Estremo Oriente. In questo vero e proprio porto franco, hub strategico per i competitor internazionali dove, grazie all'abolizione nel 2008 dei dazi sul vino, sono quasi triplicate le importazioni fino a superare il miliardo di dollari nel 2012, l'Italia è ben piazzata nella top ten dei Paesi fornitori. Non è certamente in grado di insidiare la leadership francese (che ha oltre il 50% delle quote), ma naviga intorno alla quinta posizione con uno share del 3 per cento in valore. E il trend è positivo: secondo dati Istat, l'Italia ha esportato vino a Hong
Kong per tre milioni di litri nel 2011 per 22,4 milioni di euro (rispetto ai 15,5 milioni del 2010). Nel 2012, l'export del Belpaese è salito toccando i 3,3 milioni di litri per 25,3 milioni di euro. Considerando, infine, il periodo gennaio-luglio 2013, sono entrati a Hong Kong 1,9 milioni di litri,
per 14,6 milioni di euro (+1% sullo stesso periodo 2012).
"Pur essendo questo un mercato relativamente Piccolo, i suoi abitanti sono molto ben disposti nei confronti dei vini occidentali e di quelli italiani, in particolare ", osserva Gianluca Mirante, direttore Italia dell'Hong Kong trade development council, Hong Kong è diventata uno dei poli delle aste tra i più importanti al mondo, superando progressivamente Londra e New York (ndr: vendite per 37 milioni di dollari nel 2012)
Qui il vino è considerato un bene su cui investire. Basti pensare che sempre più spesso accade che i facoltosi cinesi che si aggiudicano grandi partite di vino nelle aste preferiscono aprire delle wine cellar a Hong Kong piuttosto che far entrare il prodotto in Cina, dove i dazi sul vino non sono ancora stati cancellati, nonostante gli accordi sul libero scambio firmati con Pechino". Un dato su tutti: il 18% dei cosiddetti fine wine di tutto il mondo è posseduto da collezionisti di Hong Kong (anche se
solo il 20% è stoccato qui, il resto si trova a Londra e in Europa).

Fonte: "Tre Bicchieri 1 - 7 Novembre 2013"

Indagine antidumping sui vini europei da parte del governo cinese

Come noto, in data 6 settembre 2012, l’Unione europea ha avviato il procedimento antidumping con riguardo all’importazione di pannelli fotovoltaici di provenienza dalla Cina. Non si è fatta attendere la reazione da parte della Repubblica Popolare Cinese, che ha ufficialmente aperto un’indagine antidumping e antisussidi nei confronti del vino europeo, anche se il Governo di Pechino non ha mai voluto collegare questa procedura con la vicenda delle tasse sui pannelli fotovoltaici.

Otto delle principali associazioni della filiera produttiva del settore vinicolo nazionale (tra cui Fedagri-Confcooperative) con una lettera unitaria hanno chiesto al Governo italiano e ai Ministri competenti un maggiore impegno nella vicenda ed un sostegno per affrontare le spese legali collegate alla vicenda.

Bruxelles in sede di confronto tra Commissione UE e la Delegazione del Governo Cinese nei giorni scorsi ha chiuso il procedimento nei confronti dei pannelli fotovoltaici trovando un accordo che sembra aver evitato l’aumento degli attuali dazi doganali.

Però sembra che questa soluzione, almeno per il momento, non abbia convinto le autorità Cinesi a rivedere la loro posizione nei confronti del vino europeo e pertanto ancora rimane aperto il contenzioso che prevede un iter molto complesso e costoso sia dal punto di vista economico, al quale sarà difficile far fronte da parte delle singole società selezionate.

La Cantina dei Vini Tipici dell'Aretino si è subito aggiornata con la questione, compilando i due moduli necessari per poter essere registrati in una sorta di elenco di esportatori in modo tale da poter evitare tale processo di antidumping.

Se le autorità cinesi scegliessero la nostra cantina come campione da sottoporre ad indagine per verificare l'eventuale azione di dumping da parte europea, Pechino riconoscerebbe alla nostra cooperativa, registrata regolarmente nell'elenco esportatori, lo statuto di "cooperante", applicandoci dazi inferiori a quelli che verrebbero applicati alle altre aziende "non cooperanti".

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